Suor M. Elena Berini Donna Coraggio 2018

17 Apr 11
Missionaria in Repubblica Centrafricana, unica italiana e religiosa vincitrice del premio Women of Courage 2018, è stata intervistata domenica pomeriggio. Per la sua testimonianza, collegarsi direttamente al link contenuto nell'articolo.

Triduo Pasquale con gli invisibili

Nel cuore del Triduo Santo Adoriamo la Tua Croce, Signore, e glorifichiamo la Tua Resurrezione!
Con gli "invisibili" O Cristo crocifisso, tu sei presente in loro!
Proprio qui, dove siamo Qualcosa di molto profondo sta accadendo alle nostre esistenze

INSYRIATED La paura è la grande protagonista di Une famille syrienne, il titolo originale, mentre la guerra siriana tra forze armate governative e ribelli, costituisce lo scenario del film.

La guerra in Siria, ma quella vista da dietro le tende sempre chiuse, attraverso le finestre che non si possono mai aprire attraverso lo sguardo delle donne che combattono in casa quanto gli uomini in città. La guerra in Siria è quella che costringe una famiglia qualsiasi in un giorno qualsiasi a nascondersi nella propria casa e a sperare di vivere anche quando la morte sembra a ogni bombardamento più vicina. Con coraggio e determinazione Oum Yazan (Hiam Abbass) difende il proprio nido, raccogliendo attorno a sé i suoi figli, suo padre anziano, la domestica e i vicini, giovani sposi con un neonato, che invece pianificano la fuga in Libano. Divisa tra partire e restare, la famiglia è costretta ad affrontare giorno per giorno la fame, la paura, l'angoscia nel silenzio di un segreto che non deve essere rivelato, nel timore di scoprire che il mondo non sarà più lo stesso.

Il film narra i movimenti di queste persone nell’arco delle ventiquattro ore, asserragliate in quest’appartamento con le finestre e le tende chiuse e le porte sprangate, tra bombe, furti e spari. La presenza della guerra è, infatti, demandata ai rumori.

Van Leeuw racconta la grande storia attraverso le storie per rispondere, forse, a quella domanda che sorge di fronte ai rifugiati, agli sbarchi nel Mediterraneo, ai tragici telegiornali: da cosa fuggono? È nelle quotidiane angosce, nelle conversazioni a letto, nell'intimo delle vite dei civili, che il regista va a cercare la risposta per un claustrofobico dramma a porte chiuse. Primi piani e sequenze lente scandiscono il racconto della guerra racchiuso in sole ventiquattro ore tra le mura di una casa in stato d'assedio permanente.

Se le prime immagini del cortile del palazzo ridotto in macerie chiariscono subito l'intenzione di realismo del regista, il primo piano sull'anziano dallo sguardo stanco, affacciato alla finestra, avvia la rappresentazione della guerra che si combatte ogni giorno in casa. "Lascia il mondo fuori, non vale più niente", consiglia il padre rassegnato alla figlia, mentre si sente l'eco delle bombe vicine, sempre più vicine. Da casa non è possibile uscire, a meno che non si voglia rischiare la morte. Damasco è irriconoscibile da dietro le pesanti tende color senape del salone.

Tutto ruota attorno alla figura femminile di Oum Yazan (l’attrice palestinese Hiam Abbas, utilizzata spesso dal cinema europeo e americano) che, in modo molto militare, cerca di proteggere il suo territorio da ogni possibile pericolo. Non mancano le difficoltà nel vivere in questo modo, con poca corrente, senza acqua e con l’impossibilità di uscire all’esterno se non si vuole essere ammazzati dai cecchini. Quello che conta è rimanere uniti, e svolgere i compiti che si conoscono a memoria.

C’è sconcerto nei volti dei bambini, e al figlio più piccolo terrorizzato Oum Yazan la donna promette che la guerra finirà presto (un gesto d’amore che, però, è anche una bugia; e lo spettatore lo sa). E non basta barricarsi dentro, perché la milizia nemica riesce comunque a entrare e a commettere una doppia violenza: nei confronti dell’appartamento stesso e nei confronti di uno dei personaggi che non farà in tempo a nascondersi, è una delle scene più forti e drammatiche di tutto il film. Pur di proteggere il bambino e la famiglia ospitante, accetta di avere un rapporto sessuale con quello che sembra il capo, ma si trasformerà in uno stupro.

Questa parte, che vale tutto il film, è raccontata in un modo intenso trasmettendo tutta l’angoscia senza però mostrare i dettagli. Al di là della porta della cucina, tutta la famiglia nascosta sente le urla e tutta la violenza che la giovane subisce, ma che nessuno può (o vuole) fare nulla.

Non c’è un vero attimo di pace. Neanche la telefonata di Monzer alla moglie riesce a dare sollievo, perché la linea cade subito. Intanto arriva la sera; un altro giorno di ordinaria sopravvivenza è passato. Ma il domani non riserverà niente di buono e lo sguardo finale del vecchio nonno – pieno di nostalgia, malinconia e impotenza – ci fa sentire totalmente sconfitti. Nota di merito per la grande Hiam Abbas, vera protagonista, e per l’emergente Diamand Bou Abboud che interpreta la giovane Halima e che abbiamo visto di recente ne L’insulto (era l’avvocato difensore del palestinese Yasser).

Une famille syrienne è stato presentato alla Berlinale 2017, dove ha ottenuto il Premio del pubblico; ha ottenuto anche sei riconoscimenti ai Magritte Awards tra cui quello del miglior film, migliore sceneggiatura e migliore regia.

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  • Donne affascinate dal Vangelo, in cammino, al seguito di Cristo
    Giovanna Antida alle suore, 1823 «È Gesù solo che vogliamo sempre seguire»
  • Per sempre, vivere la grazia del nostro Battesimo
    Introduzione alle Regole, 1807 «Tutte figlie di una stessa famiglia. Apparteniamo a Dio, in quanto cristiane e come vere suore della carità»
  • Amiche dei piccoli e dei poveri
    Introduzione alle Regole, 1807 «Ai poveri far conoscere, amare e servire Dio, come ha fatto Gesù»
  • In missione, a nome della Chiesa
    Giovanna Antida alle suore, 1820 «Sono Figlia della Santa Chiesa; siatelo con me»
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