UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA Un ritratto tenero e puntuale di un sottoproletariato americano nascosto dietro una fragile facciata pop. Il film è un’altra fermata del viaggio di Sean Baker attraverso gli Stati Uniti. E questa volta si fa tappa a Orlando, Florida. Lo sguardo di Sean Baker non si dirige però a Disneyland, la meta per eccellenza di chi va in quella parte degli States, ma gli dà le spalle per guardare al di là della strada.

E il controcampo del Disney World Resort, “il posto più felice sulla terra”, è un complesso di motel popolato da un’umanità liminale che vive la propria esistenza sulla soglia.

Il motel è infatti un sistema sociale, un microcosmo in cui si vive ma non si abita, in cui si alberga, senza una reale separazione tra interno e esterno, tra rassicurante e spaventevole. Si vive sulla porta, continuamente aperta e chiusa, continuamente bussata. La relazione che si instaura tra l’al-di-qua e l’al-di-là del limite, come diceva Bachelard, è una lotta, un confronto doloroso e lacerante in cui identità e alienazione interagiscono vacillanti accarezzando la continua possibilità di trasformarsi nel proprio opposto. Ed è così che vivono i personaggi del film, aprendo e chiudendo le porte delle loro camere, locazioni temporanee divenute definitive per le storture dell’esistenza.

Ma Un sogno chiamato Florida prende tutto questo e ne fa una specie di fumetto sfavillante scegliendo di raccontare quell’umanità e quel sistema sociale attraverso la prospettiva dei bambini. Monelli selvaggi e indomabili, “piccole canaglie” irrefrenabili che vivono la loro infanzia senza regole e senza limiti, forse proprio perché il limite è la loro stessa esistenza. Scenette, quadretti, nessun evento ma un susseguirsi di momenti che suggeriscono come tutto vacilli sotto i rutilanti colori di quel mondo in ci si riconosce attraverso la sfumatura cromatica che hanno i muri del motel che si occupa. Moone, la protagonista del film, è la bambina dell’edificio viola, ed è la più vulcanica, la più ingestibile, la più disperata.

Tutto vacilla ma tutto si regge grazie a Bobby (un Willem Dafoe in forma smagliante come non mai, la misura nell’universo dell’eccesso). Nella palette di tipi umani che popolano il motel e l’orizzonte di Moone e dei suoi amici c’è infatti solo un punto di riferimento: Bobby, che diventa il cardine di tutta la struttura narrativa del film ma anche il fuoco di tutta quella realtà malferma. Bobby è infatti il manager del motel, ovvero la chiave di volta della relazione tra interno ed esterno, ed è il detentore dei segreti di ognuno. Mentre amministra il motel, gestisce anche quelli, sempre sul limite, sempre sulla soglia, sempre pronto a bussare alla porta. Bobby continuamente tirato verso l’interno ma al contempo estromesso, è il mediatore, l’unico a saper gestire la situazione, a proteggere i bambini, a fare in modo che, come l’albero preferito di Moone, continuino a crescere anche se piegati dalle intemperie.

Chiara Borroni

CON GLI OCCHI DEI BAMBINI

Il punto di vista vero del film sono loro, i bambini. La telecamera li segue, nella loro forza e energia e lo spettatore si stupisce di quanto il cinema possa imparare da loro. Nessun bieco psicologismo, né facili reazioni all’egoismo degli adulti: Baker prende da François Truffaut, specialmente da I quattrocento colpi, la sua capacità di raccontare lo sguardo autentico e puro dei bambini rispetto a quello disincantato e fragile degli adulti. La macchina da presa si mette alla loro altezza e lo spettatore guarda il mondo dal loro punto di vista, anche se a volte si stacca per il timore di ciò che potrebbe accadere. E vorrebbe mettersi dalla loro parte, entrando nella scena.

Ecco forse questa è la semplice e leggera profondità del film. Lo spettatore sembra assistere impotente alla storia per poi sentirsi parte di essa e imparare dai più piccoli quanto i “grandi” si stanno perdendo della vita e degli affetti. E da qui Baker, forse ispirandosi anche al nostro cinema neorealista, avvicina il mondo dei bambini a quello dei grandi. Ci sono loro, i bambini, che vivono, guardano, osservano, e non gli importa se i genitori non sono persone risolte o responsabili. Loro sembrano farsi, commuovendoci, una semplice domanda che rivolgono a tutti noi: «Per te conto qualcosa?».

Emanuela Genovese